Autore: Massimo Pratali
ISBN: 978-88-7399-347-6

23.00€

Buti, Cascine, le cronache di don Cascioni 1914-1961
[Libro]

Buti, Cascine, le cronache di don Cascioni 1914-1961
Il volume di Massimo Pratali ricostruisce la storia di Buti, suo paese natale, dal 1914 al 1961, seguendo la vicenda umana e pastorale di un parroco, il pievano don Pietro Cascioni Poli, che arrivò a Buti nel 1914 e vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1961. Il libro di Pratali, che nasce dunque da istanze di natura personale, è costruito in modo annalistico seguendo cioè anno per anno le vicende di questo piccolo paese alle pendici del monte Serra con il ricorso a corrispondenze e articoli apparsi sui giornali e periodici dell’epoca, da “L’Ora Nostra” alla “Vita Nova”, dall’”Idea Fascista” a “Il Lavoratore” e a “Il Focolare”, oltre che alla bibliografia specifica in gran parte dovuta a precedenti lavori dell’autore e ad alcuni documenti da lui stesso posseduti. Massimo Pratali, infatti, non è solo pittore affermato, ma anche studioso delle tradizioni popolari ed autore di altri volumi (spesso ricchi di illustrazioni e talora in vernacolo) su Buti, Bientina ecc. Di ogni periodo si danno informazioni sulla popolazione, sulle caratteristiche dell’economia (quasi esclusivamente agricola, e oleicola in particolare, sussidiata dalla risorse del bosco e del castagno e da poche attività artigianali, come la caratteristica manifattura dei cesti), sugli eventi principali e sulle curiosità paesane nell’arco cronologico che va dalla prima guerra mondiale agli anni del miracolo economico. In tal modo il Pratali mette sulla scena della storia quotidiana la popolazione dell’intero paese e la segue per quasi mezzo secolo in un canovaccio ricco di notizie di ogni tipo, dal quale anche gli storici di professione possono ricavarne spunti e informazioni su feste popolari, cerimonie civili e religiose, competizioni elettorali, gare sportive ed eventi anche drammatici (come le spedizioni punitive fasciste, i bombardamenti, le azioni partigiane, l’eccidio nazista di Piavola), sino alla ripresa della lotta politica democratica nel secondo dopoguerra. L’affermazione dei partiti di massa, la nascita della coscienza sindacale, le forme di cooperazione, ecc. si sviluppano a Buti sempre in mezzo a manifestazioni folcloristiche, apparizioni di madonne, tridui, novene e te deum, di cui sono intrisi i ricordi autobiografici dell’autore. Fra questi grazioso è il racconto di Massimo quando da bambino povero aspetta babbo natale nella cucina della canonica e quando non si decide mai a indossare la cappa da chierichetto, nonostante le pressioni di sua nonna Maria e di sua zia Emilia che erano le domestiche di don Cascioni. Il libro, più analitico che sintetico, mi ha riportato indietro negli anni alla mia fanciullezza. Anch’io, che grosso modo ho l’età di Pratali, sono nato e cresciuto per i miei primi 15 anni in un piccolo paese maremmano. Anche qui il prete, il maestro e il dottore erano, insieme a qualche proprietario fondiario di terra e macchia, i soli personaggi di rilievo; anche qui erano spesso avvertibili i contrasti fra Peppone e don Camillo; anche qui nei periodi di campagna elettorale si tenevano i comizi nell’unica piazzetta esistente e mentre l’oratore socialcomunista parlava gli passava immancabilmente davanti la processione per commemorare qualche santo improvvisato; anche qui al rosario alla madonnina, intinerante ogni settimana di casa in casa dei “bianchi”, si contrapponeva il ballo o il cinema nella casa del popolo dei “rossi”; anche qui i figli dei comunisti non potevano giocare con quelli dei democristiani. Pertanto ho conosciuto bene la vita paesana e per questo ho letto con interesse il volume di Massimo Pratali. Capisco anche tutte le difficoltà incontrate e i sospetti suscitati da don Cascioni, lui amico e compagno di lotte di Gronchi, vecchio combattente della grande guerra, antifascista, sostenitore prima del partito popolare e poi della democrazia cristiana, ma essenzialmente un uomo coraggioso, che nel ’22 non esitò a sparare in aria per fronteggiare un assalto squadrista. Insomma davvero una bella figura di prete impegnato e testimone del suo tempo che meritava di essere raccontata da uno che lo ha conosciuto personalmente in quel microcosmo butese dove il pievano trascorse buona parte della sua vita. E Massimo lo fa alla sua maniera senza pretese storiografiche, spesso sul filo della memoria, con un linguaggio popolaresco e talora vivace, impreziosito da tante fotografie d’epoca che contribuiscono a raffigurare un ambiente, un tempo e una società con i suoi momenti di felicità, di tristezza, di disperazione, di ansia e di speranza. Ricordi di cose ormai lontane che fanno riflettere e che ci consentono di tornare in possesso della nostra storia nel suo fluire quotidiano.
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